Non ho saputo vegliarti
quando quel giorno prima che la battaglia finisse
cercavo il tuo sguardo
sotto le palpebre dolci che mai potrò dimenticare.
Compresi che un lungo viaggio ti aspettava.
Allora corsi a casa per portarti l’abito più bello.
Senza le chiavi entrai dalla finestra
poichè la lasciavi socchiusa
per il fumo del comignolo che non tirava.
Senza indugiare presi la mia fragilità tra le mani
per non cadere nell’abisso.
Poi una strana fretta mi attorcigliò le dita
in quella impervia stanza.
Potei tornare all’angolo dove c’erano i ricordi
e vi trovai il fiore di un Sacro Cuore antico
pia devozione a te tanto cara.
A lungo rimasi tra i due cipressi che avevo piantato con i mie fratelli.
Sedetti all’ombra della pergola
ancora per un istante di vita
ultima veglia con te madre mia.
Fino all’ultimo respiro rimase la notte
all’alba ghiacciata mi alzai
e ti avvolsi
nel mio incontenibile pianto.
Attraverso la porta socchiusa
di un’anonima stanza
guardavo
l’azzurro luminoso dei tuoi occhi
spegnersi
lentamente.
La dolcezza della tua voce
si allontanava
sempre più smarrita
nel giorno ormai finito
mentre
lacrime silenti
inondavano
la mia cara realtà.
Volevo strappare
il cielo
e i lembi della terra
volevo bruciare
il tempo e
le distanze
volevo rimanere con te
ancora per un attimo
stringerti forte
per non dimenticare
il tuo profumo.
Volevo pettinare le tue trecce
sbucciarti le ciliegie
colmare la tua sete
accarezzarti
i pensieri
chiederti
perdono
per le infinite volte
che ti ho fatto piangere.
Il mio pensiero adesso
corre verso te
nella bruciante
attesa
chiamo il tuo nome
so che puoi sentirmi
asciughi le mie lacrime
con la carezza del vento
nelle ore su cui cammino
Lù

Sono parole dedicate alla mia Mamma
la mia "Regina"
la mia Celeste Nostalgia.
A BARBARA
Circondata dai raggi piacevoli
della primavera appena inoltrata
c’è una porta aperta
dove sei passata con la freschezza
dei tuoi anni
sciogliendo il nodo
della tua adolescenza
per andare verso il tuo domani.
E’ tempo di svezzare l’ossigeno materno
è tempo di andare verso
nuovi orizzonti
è tempo di spiegare le vele
verso l’immenso Oceano Vita.
Piccola donna
che sovrasti la cima dei miei pensieri
ovunque si posi il mio sguardo
ogni cosa bella mi parla di te.
Vola pure piccola rondine,
io non impedirò al vento di cullare
il tuo viaggio.
Qualcuno mi ha detto che non
posso sfiorarti neanche con un sogno.
Tu sei parte di me ma non sei per me.
Custodisci i tuoi doni e offrili
con la ragione della saggezza del cuore.
Potrai guardare il Creato e sentire
la gioia e lo stupore,
tu sei parte
del miracolo della VITA.
Io non ci sarò
per raccogliere i fiori che perderai
lungo i tuoi sentieri sconosciuti.
Quando l’ombra della sera
allungherà il suo mantello
nel tuo giardino notturno
le mie amiche stelle
ti racconteranno di me.
Lù
Buon compleanno BARBARA!

Anche se il 21 marzo è passato e il tempo è abbastanza
inclemente. La natura è ancora intirizzita
dal freddo per la lunga coda invernale che pare non
se ne voglia andare …
c’è un ricordo vivo nella mia mente tutte le volte che a
primavera tornano le rondini … malgrado il freddo …

Questa mattina le rondini con il loro garrire
hanno rievocato assopiti momenti
di primavere trascorse con te.
Sono tornate, sfrecciano tra la pergola e il cielo
alla ricerca del nido sotto
la tettoia in cui tu sedevi a riposare.
“A San benedetto la rondine è nel tetto”…
Lo dicevi contenta nel rivederle ancora una volta.
Le tue “pellegrine”sono tornate … volano basso,
sembrano cercarti,
sfiorando le fresie che profumano di fresco …
Ad accogliere il loro canto festoso
oggi tu non ci sei.
Vedo le tue pellegrine sul filo dei panni,
volteggiano, si rincorrono … rasoterra sfiorano
l’aria vitale intorno al tuo grembiule.
Nel mio desolato confine
c’è la speranza
che viaggia sulle ali delle rondini,
per sognarti e sentirti ancora nel tempo
delle mie primavere.
Lù

Dio non guarda l'orologio
… Barbara, non so dove sei, non so se sei in cielo o se continui la tua vita randagia, ma tu resti uno dei ricordi più belli, più dolci, più puliti della mia vita. Ricordo quel pomeriggio al carcere, quando una volontaria, a nostra insaputa, ci fece incontrare. Tornavi dalla doccia, eri in accappatoio bianco e ci siamo ritrovati a stare assieme nella sala dei colloqui. Erano quasi le sei del pomeriggio, a quell’ora avevo un appuntamento dall’altra parte della città. Non sapevo come andarmene.
Mi sedetti con calma. Lo facesti anche tu. Girai l’orologio per non guardare l’ora e tu incominciasti a raccontarmi la tua storia.
Eri scappata di casa per imitare una ragazza che ammiravi e che era più grande di te. Avevi 12 o 13 anni, non ricordo bene. Un giorno conoscesti un uomo che ti parlò di amicizia, poi ti portò in una soffitta. Tu eri ancora una bambina, un pulcino. In un attimo ti fu addosso, sentisti solo un gran dolore, non sapevi cosa ti stava capitando. Eri ancora un pulcino, non sapevi. Poi mi parlasti della droga, dell’incontro con quel mondo e del bisogno di soldi, mi parlasti di marciapiedi che seguivano a marciapiedi. Quando ti ho conosciuta avevi 18 anni, ma eri ancora un pulcino avvolto in un accappatoio.
Ad un certo punto mi guardasti in faccia.
Il silenzio ti prese. “Ma che cazzate dico. Perché ti ho parlato? Non ho mai detto a nessuno le mie storie!
“Barbara, io non ti ho chiesto niente. Perché mi hai raccontato la tua vita?”
“Tu non guardavi l’orologio, tu non avevi fretta. Ho incontrato solo uomini che dopo avermi usata andavano via in fretta, avevano impegni che li aspettavano. Non avevano tempo. Tu, invece, no.”
Da: Ernesto Olivero, Dio non guarda l’orologio, Arnoldo Mondadori 1996 (5^), pp. 78-79
Fino a che punto sono capace di fermarmi senza guardare l’orologio,
davanti a due occhi pieni di paure e di incertezze che chiedono aiuto?
Sì bisognerebbe fermarsi un attimo per “perdere tempo” per ascoltare la voce dell’altro … bisognerebbe sempre con impegno dedicarsi non a compiangere la sofferenza altrui, ma piuttosto a comprenderne le ragioni.
Dedicato alle donne...buon 8 marzo...

sento la carezza dolce della primavera,
la natura pare dorma ancora
sotto-sotto qualcosa sta nascendo.
Esploderà la terra ancora con i suoi colori!
Dentro il mio cuore ferito
echeggiano urla silenziose.
Potessi anche tu rinascere
come i germogli a primavera!
Tornare a respirare
con te il profumo dei mandorli in fiore
nell’aria tenera del risveglio!
Ma sento che tutto questo non basta!
La nostalgia brucia
in questa calda lacrima che
adesso scivola nella mia anima …
“Ho voglia di te mamma!”.
piccolalù


Con passo lieve cercherò di entrare
nella stanza dei ricordi dove ho lasciato
il valore del tempo latitante.
Accelero il mio cercare scavando a ritroso
per sentire il profumo dei sapori e
dei colori che hanno riempito
il contenitore di un sogno.
Dove c’era la vita adesso è rimasto spettatore il silenzio.
C’è la mia stanza piena di libri,
di pennelli, di tele e di colori a olio,
ai piedi del letto la mia adorata chitarra,
e in cucina lo scoppiettio del fuoco nel caminetto
rallegrano il mattino a chi è andato via,
ero felice allora nella mia casa.
Mia madre fa il soffritto per il sugo e
tutta la casa profuma di cipolla e basilico.
L’acquolina sale e allora preparo la tavola
con la tovaglia bianca ricamata da me
e i piatti di ceramica antica,
metto il pane fatto in casa,
le olive verdi sotto sale e la salsiccia tagliata a fettine.
Scendo in cantina a prendere il vino fatto da mio padre,
vino nero Cannonau dal sapore forte e sincero.
Nella cantina di mio padre regna sovrano
il profumo dei sapori della terra, tra le botti piene di vino
e gli orci dell’olio vecchio e nuovo quello forte per le bruschette.
Le mele cotogne troneggiano sulla madia,
servono per fare la marmellata e per
profumare i cassetti della biancheria,
i grappoli dell’uva da mangiare a Natale brillano appesi al soffitto,
le trecce d’aglio, le cipolle rosse e bionde
messe in fila sulla cassapanca di castagno,
riscaldano l’ambiente con i colori del sole.
Oggi piove e gli odori se li mangia il vento
e li trasporta lontano dove i ricordi si rincorrono
e giocano a nascondino nel giardino di mia nonna,
dove è rimasto il gatto Sirio,
a sonnecchiare dentro il forno ancora caldo
del pane appena sfornato.
I ricordi sembrano tornare come l’alta marea
sulla spiaggia del mio cuore, oh! mio povero cuore!
Il tempo era felice quando giocavo nel cortile,
allora si aveva voglia di giocare,
di correre nei prati e di saltare
i fossati pieni di acqua piovana
e la voce di mia mamma ci chiamava per la cena
e nell’aria si sentiva il profumo saporito delle patatine fritte.
La vita non è più così, ha preso le distanza da tutte queste cose.
Non sento più gli odori del passato, sento solo la
nostalgia che mi assale quando la telefonata
della mamma non mi sveglia più.
PiccolaLù

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La Mamadre,ecco che arriva
con zoccoli di legno.Ieri
soffiò il vento del polo,si sfondarono
i tetti ,crollarono
i muri e i ponti,
l’intera notte ringhiò con i suoi puma,
ed ora,nel mattino
del sole freddo, arriva
mia mamadre, signora
Trinidad Marverde,
dolce come la timida freschezza
del sole delle terre tempestose,
lanternina
minuta che si spegne
e si riaccende
perché tutti distinguano il sentiero.
Oh, dolce mamadre
-mai ho potuto
dire matrigna-,
ora
la mia bocca trema a definirti,
perché appena
fui in grado di capire
vidi la bontà vestita di poveri stracci scuri,
la santità più utile:
quella della farina e dell’acqua,
e questo fosti: la vita ti fece pane
e lì ti consumammo
nei lunghi inverni desolati
con la pioggia che grondava
dentro la casa
e la tua ubiqua umiltà
che sgranava
l’aspro
cereale della miseria
come se tu andassi
spartendo
un fiume di diamanti.
Ahi, mamma, come avrei potuto
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile. Io porto
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome
del pane spartito,
di quelle
dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le brachette della mia infanzia,
di lei che cucinò, stirò, lavò,
seminò, calmò la febbre,
e, quando ebbe fatto tutto
e ormai potevo
reggermi saldamente,
si ritirò, cortese, schiva,
nella piccola bara
dove rimase in ozio per la prima volta
sotto la dura pioggia del Temuco.
“Pablo Neruda”

C’e’profumo di settembre nell’aria e tu non ci sei più.
Il mio pensiero
vola libero nel cielo terso e cristallino,
vola verso l’immane vuoto che hai lasciato
nelle pagine del tempo,
interrotto e rubato per sempre,
in quell’aurora
madida di sudore ghiacciato.
Solo i mesi e le stagioni
porteranno dolci ricordi,
e il profumo speciale di te
Regina bella e preziosa.
Custodirò il ricordo vitale
della tua “assenza,”
“nell’essenza”delle mie stagioni, che separano
il nostro Cielo.
Quando sentirò il garrire delle rondini,
aprirò la porta della primavera, per volare con te
nei nostri campi fioriti.
Nelle sere d’estate innalzeremo il canto dei Vespri al Signore,
leggeremo nella cortina luminosa del cielo,
le vie delle stelle, sulla scia polverosa di fugaci comete.
In autunno ti vedrò giocare nel vento,
volteggiare tra le foglie dorate della nostra vigna,
respirando nell'aria il profumo nuovo, del vino e dell’olio.
Quando l’inverno gelerà i nostri mandorli,
correremo qua e là,
tra le scintille accese dei nostri falò.
A dicembre dalla porta stretta del cuore
passerà la tua Luce e
splenderà, quando
guarderò il cielo a Natale,
per sentire ancora una volta
i vagiti dell’anima.
Alla mia mamma da piccolalù.